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Una piacevole sorpresa.

Una piacevole sorpresa.

Quando ho scritto questo post su Facebook stavo facendo stretching davanti ad uno stabilimento balneare. Aveveo appena terminato la prima parte della mia corsa quotidiana e mi stavo rilassando. Guardando l’orologio ho visto che giorno era e mi sono ricordato di quanto appunto scritto nel post. 

Un post scritto di getto, senza nemmeno ricontrollare eventuali refusi.

Ad oggi conta 1300 condivisioni e oltre 300 “mi piace”.

Direi che il messaggio che speravo di trasmettere è passato. 😊

Una piacevole sorpresa 😀

[Qui il link al post originale] 

NEL NOME DELLA MADRE

Ebbene  sì. Ci siamo.
Oggi, 28 gennaio 2016, esce in libreria il mio romanzo dal titolo Nel nome della Madre pubblicato da Miraggi Edizioni.

Provo un miscuglio di sensazioni che almeno per ora non riesco a decifrare.

Sono emozionato, senz’altro, ma sono anche teso. Chi lo ha letto in anteprima, il mio agente, il mio editore ed alcuni amici, ha detto che ci è voluto molto coraggio a scriverlo.

Ricordo molto bene il giorno (anzi, la notte) in cui ho iniziato a scrivere. In realtà non avevo in mente un romanzo.
Era il 15 aprile 2013, la notte prima del mio intervento. Non sapevo cosa sarebbe successo, se ne fossi uscito vivo, morto o inchiodato su una sedia a rotelle.

Così decisi di scrivere una lettera a mia figlia Sara, per lasciarle un briciolo del mio infinito amore.
La lettera è diventata poi il primo capitolo del romanzo cui ne sono seguiti altri 40, perché quello che è successo dopo, è riuscito a far passare un tumore cerebrale come una banale influenza.
Non è stato facile mettere su carta tutto ciò che ho provato in quei mesi. Ho versato tanto inchiostro quante lacrime nella stesura.
Ma col senno di poi mi rendo conto che è stato necessario farlo. Scrivere mi ha aiutato a leggere me stesso e ad accogliere tutte le paure ed attraversarle, con la certezza di superarle.
Non è stato facile scriverlo ma è stato ancora più difficile decidere di pubblicarlo.
In questo romanzo ho raccontato tutto quel che ci è successo, dico ci perché è successo a me e a mia moglie, nel 2013, un Annus Horribilis, di certo  indimenticabile.

Ho deciso di renderlo pubblico perché spero che così come ha aiutato me a superare prove disumane, possa essere di aiuto a molti.
Vorrei scrivere tante cose, ma mi fermo qui, perché ci sono 262 pagine che aspettano chi vorrà leggerlo.

Nel nome della Madre – Miraggi Edizioni 

Nel nome della Madre

Nel nome della Madre

Nota: quando un libro esce in libreria non significa che dal giorno stesso lo si trova in ogni libreria; quello succede solo ai libri dei grandi scrittori, come Benedetta Parodi e simili. In caso di autori da strapazzo come me, la distribuzione avviene gradualmente. Sicuramente lo troverete in quelle librerie che lo hanno pre-ordinato perché interessate. Altrettanto certamente non lo troverete in molte librerie. Ehm no, non lo troverete negli auto-grill, val il discorso di cui sopra. Ma sappiate che è possibile ordinarlo da qualsiasi libreria (ripeto qualsiasi libreria – qualsiasi libreria) semplicemente attraverso Titolo e codice ISBN. Il codice ISBN di “Nel nome della Madre” è 9788896910825.
Se qualche libraio dovesse dirvi che non è possibile ordinarlo, credetemi: cambiate libraio perché non sa fare il suo lavoro.
Se, invece, non volete nemmeno scomodarvi,
potete ordinarlo facendo clic qui -> Nel nome della Madre e ve lo spediranno comodamente a casa.

In bocca al lupo a me, e fatemi sapere.

Alessandro

SONO STANCO

 
Sono stanco.
Facebook abbonda già di suo di post più o meno ridicoli, ma dopo le ultime notizie riguardanti alcuni tipi di carne, (come se fosse una novità! L’OMS aveva già avvertito di limitare il consumo di carne lavorata nel 2002) la quantità di stronzate che girano è aumentata in modo esponenziale sia in termini numerici che nei contenuti deliranti.
Sono stanco.
Di leggere gigantesche puttanate proferite da chi dopo aver letto i deliri di qualche idiota in cerca di visibilità (e facili guadagni) si propone come esperto di prevenzione e cura del cancro.
Sono stanco.
Perché mentre voi ticchettate sui tasti le vostre stronzate, nei letti degli ospedali è pieno di gente di tutte le età che combatte contro un mostro che non guarda in faccia a nessuno.

Sono stanco.

Perché mentre leggete e riportate le fregnacce di qualche santone o di qualche medico radiato dall’albo, ci sono ricercatori medici che lavorano giorno e notte per alleviare il dolore dei malati e per cercare un farmaco migliore, e lo fanno spesso per stipendi miserabili.

Sono stanco.

Soprattutto perché mentre VOI leggete e “bevete” tutte le stronzate che vi passano davanti sul web e le riportate con piglio moralista, IO il cancro l’ho avuto e l’ho sconfitto. E l’ho sconfitto NELL’UNICO MODO POSSIBILE, cioè con la mia infinita voglia di vivere e con la medicina.

Sì: la medicina. La neurochirurgia, la chemioterapia e la radioterapia. 

E quando leggo persone che scrivono che il loro amico ha sconfitto il cancro con lo zenzero, la frittata di cipolle, lo zafferano, il bicarbonato di sodio, i frullati di broccoli, ghiande e noce moscata, il limone, il veleno dello scorpione, il piscio di gallina e lo scapocchiato di potassio arancione, ripenso a quello che ho passato io, terrorizzato dall’idea di non rivedere le persone che amo e che mi amano, e penso a quello che ora, in questo preciso istante, stanno passando in molti, e mi viene quasi voglia di augurarvi altrettanto per farvi capire quanto siete COGLIONI nel postare queste stronzate.

Una vita sana aiuta a prevenire qualsiasi malattia. Lo sanno anche i sassi. Ma le stronzate risparmiatevele.

P. S. Lo IARC (International Agency for Research on Cancer) ha inserito le carni lavorate nella Categoria 1. Nella Categoria 1 ci sono anche il fumo, l’alcol e… la luce de sole.

Quindi, cari imbecilli che “Io non mangio la carne lavorata, è cancerogena”, mi raccomando quando uscite prendete sempre l’ombrello, soprattutto se c’è il sole.

Alessandro

[Foto: Lago di Scanno, io e colei per cui ho vinto]

16 Aprile 2015

2anni

16 Aprile 2015

Era il 16 aprile del 2013. Lo ricordo e lo ricorderò sempre come fosse oggi. Era il 16 aprile del 2013, il giorno in cui un chirurgo, insieme alla sua équipe, ha aperto il mio cranio e con le sue sapienti mani ha aggiustato quel che c’era da aggiustare. Esattamente un mese prima, il 16 marzo, mi ricoverarono in ospedale. No, non d’urgenza. Affatto. L’urgenza arrivò subito dopo la tac.

In quel periodo stavo leggendo un romanzo bellissimo, dal titolo “Shantaram”. C’è un passo in cui il protagonista dice “Se il fato non ti fa ridere, non hai capito la barzelletta“. Di fronte a certi drammi è difficile cogliere questo aforisma e farlo proprio, ma…

Ma voglio raccontarvela così come ho fatto in quello che è diventato il mio romanzo.

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16 Marzo 2013 [Alla guida, nel tragitto verso casa dei suoceri: sabato]

C’è che uno pensa che gli istituti di oncologia esistano solo nei serial TV americani, tipo Dottor House. Uno crede che certe scene, gente che gira con la mascherina, persone che piangono in silenzio o pregano a voce alta, barelle che passano con sopra bimbi di due, tre anni o anche meno, intubati che ti guardano e ti sorridono mentre vanno a sottoporsi a prove il cui solo pensiero ti annienta e tanto, tanto altro (di peggio) esistano solo se viste attraverso uno schermo. Nessuno immagina, nessuno può immaginare che, invece, succedono. E succedono senza preavviso alcuno.

In Dottor House funziona così: c’è un ragazzo, o una ragazza, che sta tipo giocando a basket. Tutto scorre tranquillo, ma d’improvviso parte la sigletta e il tizio crolla al suolo, sbavando o tremando. La scena successiva è Gregory House che analizza la TAC o la Risonanza Magnetica e si confronta con Foreman, Wilson e gli altri medici. Insieme, via via, escludono possibili diagnosi e, con dialoghi e frasi di un cinismo unico, stabiliscono la cura. Se c’è. 

“Credo sia uno stracazzum bacillum delle asturie”. 

“Impossibile, gli tremava la gamba”. “Allora deve essere auto-immune. Sarà Lupus?” 

“No. Non avrebbe le transamine e i globuli bianchi così alti”. 

Ecco. Nella realtà funziona più o meno allo stesso modo. Solo che la colonna sonora non c’è.

È il 16 marzo del 2013, sono più o meno le 10 del mattino di quello che sembra un normalissimo sabato. Sei in fila ad un parcheggio in attesa che l’omino ti dia l’ok per entrare. Tua moglie, per “fortuna” è stanca di stare in fila e allora preleva tua figlia dal seggiolino e “Ti aspetto su, amore”. Dieci secondi dopo hai la netta percezione di quello che succede. Senti distintamente un brufolo esplodere. Un brufolo? Ma come? Parli di oncologia, bambini intubati, Dottor House e poi racconti di un brufolo che scoppia? Sì, perché il brufolo lo senti esplodere dentro al cranio. Un istante dopo il cuore accelera vertiginosamente, senti che biascichi e non controlli la mano che fa su e giù per i cazzi suoi. Sei cosciente, lucido. Hai il pieno – sì, vabeh, quasi – controllo della situazione. Con la mano che non trema prendi il telefono, ma siccome non hai la più pallida idea di cosa ti stia succedendo chiami tua moglie dicendole l’unica cosa che sai capirà: “Amore, ho una tachicardia pazzesca. Chiama l’ambulanza”. In realtà credo di aver detto grosso modo “Move, ho uba tachivaddia pazzefca”, ma lei ha capito lo stesso e poco dopo è arrivato mio suocero. Immagino che emozione deve essere stata per lui vedermi sbavare e tremare seduto alla guida ma, vabeh, tant’è.

Vi risparmio i dettagli del nostro dialogo, cioè delle sue domande che capivo perfettamente, ma alle quali rispondevo con strani suoni indecifrabili che sentivo altrettanto bene nella loro incomprensibilità.

Ripeto: capivo tutto. Quello che non potevo proprio capire, manco lontanamente, era che nella migliore delle ipotesi, la mia vita era già tutta, ma proprio tutta, tutta, tutta, tutta, completamente, cambiata. Nella peggiore, beh…

Arriviamo in ospedale e a me è passato ogni sintomo. Passato, però, è un concetto curioso. Passato significa che “c’è stato” e in ambito medico, qualcosa che c’è stato… lascia tracce. Ed ecco che le analizzano. Proprio come farebbe il Dr. House, ma con dialoghi un po’ più normali.

“Sospetto si tratti di una lesione gliale di alto grado e per questo ho consigliato una biopsia escissoria per un successivo esame istologico”.

Non c’avete capito un cazzo, vero? Traduco. 

“Alessandro, hai un tumore al cervello. Per capire che tipo di tumore è – e quindi, se sei vivo oppure no – dobbiamo asportarne il più possibile (asportare = aprirti il cranio e prelevare quanto più cervello danneggiato possibile senza toccare, pardon, stando attenti a non toccare, le parti vitali, seppure infette, tipo quella che controlla il movimento o la parola, visto che tremavi e biascicavi sono le più coinvolte) e poi fare un esame istologico che ci dirà che tipo di male hai, se si cura, e come.

Se non fai parte degli uno su duecentocinquantamila che crepa all’anestesia generale; 

Se l’intervento va bene; 

Se riusciamo a rimuovere chirurgicamente la maggior parte del “glioma”; 

Se riusciamo a farlo senza paralizzarti o renderti muto; 

Se poi magari ti risvegli pure, facciamo le analisi e ti diciamo che cazzo hai in testa. In alternativa, spieghiamo ai tuoi parenti come si chiama la cosa che ti ha ucciso”. 

Sì, perché glioma di alto grado può voler significare anche quarto grado a seguito della cui diagnosi chiamano il Prete. Incurabile.Inguaribile. Sei mesi, a volte, “miracolosamente”, dodici. Più spesso, due.

Mentre scrivo non ho la più pallida idea di cosa stiano facendo le cellule malate nel mio opercolo parietale e se abbiano intenzione solo di farmi cagare addosso e permettermi di vivere una seconda vita con un’intensità e una percezione completamente diverse o se, banalmente, hanno già vinto la loro assurda lotta contro un nemico, io, che non solo non gli ha mai fatto nulla – che io sappia – ma che le ha bellamente ignorate per anni e anni. Fatto sta che non lo so. Lo sapremo tra qualche giorno. E forse lo saprò anch’io.

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Mi pare lapalissiano che non sono morto e nemmeno emiplegico. Sto bene, anzi benissimo. E, per quanto vi possa sembrare assurdo, benedico quel che mi è successo. Sia lodato il tumore cerebrale. Vi starete chiedendo se questo delirio sia dovuto ai danni dell’intervento, ma non è così. Quel che è successo mi ha aiutato a mettere ordine alla mia vita. A stabilire delle priorità imprescindibili e non più modificabili. A dare importanza ad ogni singolo istante e a viverlo pienamente perché quel singolo istante non tornerà. Mai. Questa esperienza, di cui vi parlerò ancora in molte occasioni, mi ha aiutato a dare il giusto peso agli eventi naturali e a capire che, come dice uno dei miei autori preferiti: “Niente di quanto viene dalla natura è buono o cattivo. Le cose naturali sono e basta. Le uniche cose buone o cattive sono le scelte delle persone poste di fronte a ciò che è.” David Foster Wallace, “Di carne e di nulla”.

Volete il seguito del romanzo? Lo trovate qui 🙂  

Alessandro

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